Attacchi di panico: perché non passano?

Attacchi di panico: perché non passano?

Di solito, una persona che ha avuto diversi attacchi di panico, ed in alcuni casi anche uno solo vissuto come terrificante, tende a sviluppare la paura di rivivere tale esperienza, temendo le conseguenze dell’attacco stesso (ad esempio la paura di impazzire e di perdere il controllo).

La strategia frequentemente messa in atto in modo automatico è quella di proteggersi da tutte le situazioni e le circostanze che, secondo la persona, potrebbero scatenare un attacco di panico.

Molte ricerche e studi sull’argomento hanno dimostrato che, una volta manifestatosi l’attacco di panico, intervengono una serie di fattori protettivi i quali, invece di risolvere il disturbo, contribuiscono a mantenerlo e a renderlo cronico.

I principali comportamenti protettivi

  • Evitamento: la persona evita le situazioni che favorirebbero il panico o comunque ansiogene.
    Per esempio evita di andare al supermercato, di usare i mezzi pubblici, di frequentare luoghi chiusi come il cinema, di rimanere da solo o di allontanarsi da casa; evita anche sforzi fisici che aumentano il battito cardiaco o la frequenza respiratoria.

  • Fuga: la persona scappa letteralmente dal luogo in cui si sviluppa il panico o in cui avverte sensazioni fisiche e mentali minacciose, per evitare la catastrofe percepita.
    Ad esempio scappa dal cinema non appena avverte una sensazione di mancanza d’aria che potrebbe portare al soffocamento.
    Tali evitamenti, se diventano massicci e diffusi, compromettono seriamente la qualità di vita dell’individuo perché lo inducono gradualmente a non uscire di casa, a smettere di guidare, a non frequentare più gli amici, feste o luoghi pubblici, favorendo una condizione di isolamento.

  • Comportamenti di prevenzione della minaccia: ovvero comportamenti attuati durante il panico per prevenire la catastrofe temuta.
    Esempi sono il portarsi con sé sempre un farmaco per abbassare il livello di ansia in caso di attacco di panico; portarsi una bottiglietta di acqua per calmare le vampate di calore; sedersi, appoggiarsi, contrarre i muscoli delle gambe non appena si avvertono lievi capogiri che sarebbero interpretati come segno di svenimento o imminente collasso a terra; sedersi sempre verso l’esterno al cinema, in pizzeria o altrove per avere a disposizione una facile via di fuga; uscire in zone ove ci sono ospedali e guardie mediche in caso di malore; tenere sempre sotto controllo le uscite di sicurezza.

  • Distrazione (considerato un evitamento sottile): durante una festa, la persona può guardare sempre il suo smartphone nel tentativo di distrarsi da questa situazione ansiogena; durante un viaggio in aereo decide di leggere un libro, non per piacere, ma per non pensare al viaggio ed al rischio di avere un attacco in un luogo da dove non può fuggire.

  • Attenzione selettiva: nel tentativo di prevenire l’insorgere di sensazioni che scaturiscono o rappresentano un imminente attacco di panico, una persona presta selettivamente attenzione a tutti i fenomeni del corpo.
    Focalizzarsi su di essi, però, e monitorarsi continuamente, produce un abbassamento della soglia di percezione delle sensazioni con il conseguente aumento dell’intensità soggettivamente percepita. Ovvero si avvertono più facilmente innocui segnali corporei che vengono interpretati in modo catastrofico, innalzando il livello di ansia e predisponendo al panico.

Perché questi comportamenti protettivi rappresentano un problema?

Essi contribuiscono a mantenere il disturbo perché impediscono alla persona di disconfermare le proprie interpretazioni catastrofiche e la spingono a credere che la minaccia non si è realizzata perché ha messo in atto queste strategie.

Dunque (per lei) non è svenuta perché, di fronte al capogiro, si è seduta; non ha avuto un attacco di cuore perché si è calmata bevendo la sua medicina o la sua acqua; non è impazzita perché si è allontanata in tempo dalla festa e così via.

In secondo luogo, ci sono dei comportamenti protettivi che aumentano le sensazioni temute, incrementano il livello di ansia e peggiorano i sintomi da cui ci si voleva difendere, creando un vero e proprio effetto boomerang.

Ad esempio, una persona che si spaventa per la sensazione di fame d’aria, può iniziare a respirare profondamente favorendo i sintomi di iperventilazione come i capogiri e fenomeni dissociativi, rendendo più probabile l’avverarsi della situazione temute (svenimento, sensazioni di impazzimento) e dell’attacco di panico medesimo.

Dott. Spinelli

Riferimenti:

– Perdighe, Mancini (2008). Elementi di psicoterapia cognitiva. Fioriti Editore

– Clark DM. (1986). A cognitive approach to panic. Behav Res Ther, 24, 461–470

Articoli correlati

Ansia normale e ansia patologica: quali differenze?

Ansia normale e ansia patologica: quali differenze?

Di per sé l’ansia non è un’emozione minacciosa e problematica, anzi può essere normale ed altamente adattiva. Tuttavia, quando si attiva spesso, senza che vi sia un pericolo reale o la sua intensità è sproporzionata rispetto all’entità del pericolo, può diventare disadattiva e patologica. Quali sono le differenze tra ansia come normale emozione ed ansia come espressione di un disturbo?

Bias cognitivi e disturbi di ansia: come il pensiero alimenta l’ansia patologica

Bias cognitivi e disturbi di ansia: come il pensiero alimenta l’ansia patologica

I bias cognitivi sono errori sistematici del pensiero che influenzano il modo in cui le persone elaborano e interpretano le informazioni.
Sono scorciatoie mentali automatiche che possono distorcere la percezione della realtà, influenzando decisioni e giudizi.
Essi giocano un ruolo chiave nel mantenimento dei disturbi di ansia, per cui vanno identificati e inseriti negli obiettivi del trattamento.
Scopriamo di cosa si tratta.

Gestire l’ansia e la paura ai tempi del Coronavirus

Gestire l’ansia e la paura ai tempi del Coronavirus

La pandemia da Coronavirus sta creando notevoli difficoltà. Molte persone stanno sperimentando stati di ansia e di scoraggiamento per un contesto mai conosciuto sino ad ora.
In questo articolo sono illustrati 10 consigli con cui si auspica di favorire una mitigazione delle tensioni ed una più serena accettazione della realtà.

Il disturbo ossessivo-compulsivo “complicato”: analisi dei fattori aggravanti ed indicazioni terapeutiche

Il disturbo ossessivo-compulsivo “complicato”: analisi dei fattori aggravanti ed indicazioni terapeutiche

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una psicopatologia disabilitante che colpisce sia bambini che adulti. Alcuni fattori più specifici ne rendono difficile la cura, ma rimane un disturbo altamente trattabile con conseguenti miglioramenti nella qualità della vita.

Le distorsioni cognitive (fattori concausali e di mantenimento del disagio emotivo): esempi e strategie per correggerle

Le distorsioni cognitive (fattori concausali e di mantenimento del disagio emotivo): esempi e strategie per correggerle

Secondo la prospettiva cognitiva classica il disagio mentale è attribuibile a schemi cognitivi disfunzionali (convinzioni centrali e/o pensieri automatici negativi) e a distorsioni cognitive. Vediamo insieme quali sono e quali strategie possiamo adottare per ristrutturarle.

Fermare le ossessioni: suggerimenti

Fermare le ossessioni: suggerimenti

Le ossessioni sono pensieri intrusivi e ricorrenti, immagini o impulsi vissuti come indesiderabili da un individuo che possono interferire con la vita quotidiana. Tuttavia, ci sono delle strategie per cercare di alleviare il peso di quei pensieri nei momenti in cui si crede di non riuscire a trovare un minimo momento di tranquillità mentale.

La regolazione emotiva: un fondamento del benessere psicofisico e sociale

La regolazione emotiva: un fondamento del benessere psicofisico e sociale

La regolazione emotiva fa riferimento a quei processi con cui si modulano le emozioni che proviamo, il come le viviamo ed il come le esprimiamo.
E’ la capacità di regolare i vissuti emotivi attenuandoli, intensificandoli o mantenendoli.
Essa è un requisito fondamentale per il benessere psicofisico e, se deficitario, favorisce lo sviluppo di disturbi psicologici. Come si esprimono i suoi processi ed in cosa consiste la “corretta” regolazione delle emozioni?

Fermare pensieri disturbanti e ricorrenti? La soppressione non funziona! Ecco alcune valide alternative

Fermare pensieri disturbanti e ricorrenti? La soppressione non funziona! Ecco alcune valide alternative

La mente dell’essere umano ha numerose potenzialità, ma presenta un serio inconveniente, quello di poter essere affollata da pensieri indesiderati. Può trattarsi di preoccupazioni, di paure, di previsioni, di ricordi drammatici, resta il fatto che risulta molto frustrante sapere che non possiamo spegnerli con troppa facilità a nostro piacimento.

Il bias di conferma: esempi, cause, conseguenze psicosociali e strategie di gestione

Il bias di conferma: esempi, cause, conseguenze psicosociali e strategie di gestione

Il bias di conferma è un pregiudizio cognitivo in base al quale si prediligono le informazioni che confermano le proprie convinzioni o ipotesi preesistenti, scartando o ignorando invece le prove contrarie alle idee di partenza. E’ molto importante riconoscerlo e cercare di gestirlo correttamente perché può avere effetti negativi, se non persino devastanti sul piano psicologico e sociale.

Ipocondria e paura di essere malato: cos’è e fattori di mantenimento

Ipocondria e paura di essere malato: cos’è e fattori di mantenimento

L’ipocondria è un disturbo che può rientrare nello spettro dei disturbi di ansia, non a caso viene definita anche come ansia connessa allo stato di salute. La sua caratteristica principale è la convinzione di avere o di stare sviluppando una grave patologia senza avere una prova obiettiva derivante da una corretta valutazione medica che giustifichi una tale preoccupazione. Come si manifesta e cosa favorisce il suo mantenimento, rendendo difficile superarla?