La resilienza: definizione, fattori di rischio e protettivi, strategie di sviluppo

La resilienza: definizione, fattori di rischio e protettivi, strategie di sviluppo

Negli ultimi si è assistito ad un cambio di paradigma all’interno della sfera della salute mentale che ha portato ad una maggiore attenzione sui punti di forza di un individuo rispetto ai suoi deficit.
Questo cambio di paradigma ha implicato un crescente interesse per gli aspetti positivi del funzionamento umano e sul come questi fattori possono aiutare la persona a funzionare in modo ottimale.

Molta letteratura scientifica ha iniziato a dedicarsi ad esplorare la “psicologia positiva” e, insieme ad essa, concetti quali resilienza, ottimismo e felicità.
Nello specifico, relativamente alla resilienza, questo concetto si è evoluto nel corso di decenni di ricerca.

Questo articolo esamina diverse definizioni del concetto di resilienza al fine di stimolare riflessioni tra lettori e ricercatori su quale sia la sua definizione più adatta e su come potremmo cercare di nutrire questa capacità fondamentale al benessere individuale e sociale.

Definizione

cos'è la resilienza

Sebbene il concetto di resilienza sia stato studiato per decenni ancora non c’è un netto consenso unanime sulla sua definizione, concettualizzazione e misurazione. Le divergenze si complicano quando si cerca di discutere di resilienza nell’ambito della malattia mentale.

Anche se non c’è una definizione univoca di resilienza, tutte le definizioni condividono il riferimento sia al concetto di avversità sia a quello di reazione positiva all’avversità stessa.

La resilienza, infatti, è comunemente descritta come la capacità di riprendersi da o superare un’avversità sperimentando esiti positivi legati alla riconquista di un personale equilibrio di funzionamento.

Il termine resilienza deriva dal verbo latino “resilire” che significa rimbalzare o “saltare indietro”.
E’ un termine usato in molti campi originari dell’ecologia per denotare la capacità di un ecosistema di recuperare o evitare un danno.

Come sottolineato sopra, sebbene non vi sia una concettualizzazione comune della resilienza, la maggior parte delle definizioni sono costituite dal concetto di avversità/rischio e quello di esiti positivi, sottolineando il fatto che non si può parlare di resilienza come capacità di ripresa senza che si parli di rischio o avversità.
Ovvero, sia le avversità sia la capacità di adattarsi e superare tali avversità interagiscono con l’individuo in una relazione circolare e di interdipendenza.
Per cui, un evento avverso può essere diverso da una persona all’altra; in più ogni persona ha una predisposizione e caratteristiche personali positive o negative che, a loro volta, interagiscono sia con le avversità sia con le capacità di superarle.
Inoltre, ciò che equivale ad una avversità e ciò che può essere considerato un superamento positivo dipende anche dall’individuo stesso.

Allora, cosa si intende per avversità ed esiti positivi?

Le avversità sono state definite come eventi di vita negativi o circostanze difficoltose che comportano sofferenza, nonché ogni forma di battuta di arresto che si può incontrare nella vita di ogni giorno.
Invece, si considera esito positivo o buon adattamento quella condizione in cui un individuo conserva la sua salute mentale o il benessere psicofisico dopo essersi scontrato con un evento avverso, ritrovando o accrescendo il suo livello di funzionamento bio-psico-sociale.

Dunque, tutte le definizioni che sono state date in merito agli esiti positivi condividono il concetto sostanziale che essi fanno riferimento alla capacità di mantenere un equilibrio psichico stabile dopo aver vissuto una sciagura.
Inoltre, la resilienza non va intesa come un tratto stabile che c’è o non c’è, ma come un processo che non può prescindere dall’interazione, nel tempo, tra individuo e contesto.

Se è vero che la resilienza chiama in causa caratteristiche e capacità personali, allo stesso tempo implica anche le caratteristiche dell’ambiente fisico e psicosociale circostante (in termini di tipo di avversità e di risorse disponibili).
In questo senso, la resilienza è un processo dinamico interattivo tra individuo ed ambiente, al punto che si può essere resilienti in certi contesti, ma non in altri o, ancora, il livello di resilienza varia a seconda dei contesti.

Per questo una definizione completa designa la resilienza come un processo dinamico con cui un sistema (come l’uomo) produce risposte flessibili e recupera un buon livello di funzionamento bio-psico-sociale a seguito di una perturbazione causata da fattori di stress.

Neurobiologia

Neurobiologia della resilienza

Comprendere gli esatti meccanismi neurobiologici della resilienza nell’uomo è complesso e difficile, così come lo è negli animali.
Gli effetti dello stress sono stati a lungo studiati utilizzando metodi sperimentali in varie specie di animali e in diverse fasi della loro vita.

La ricerca sugli animali ha utilizzato paradigmi sperimentali con cui è stato influenzato l’attaccamento ed i legami sociali, esponendo gli animali a fonti di stress come deprivazioni emotive durante le prime fasi di sviluppo, isolamento sociale, condizioni di impotenza cronica.

Cosa se n’è ricavato?

1) L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il sistema nervoso simpatico, i circuiti neuronali dopaminergico e serotoninergico sono i principali sistemi implicati nel regolare la risposta allo stress.
In particolare il neurocircuito che media le esperienze di ricompensa ruotano attorno all’attivazione e alla regolamentazione delle proiezioni dopaminergiche mesolimbiche che vanno dall’area ventrale tegmentale ventrale al nucleo accumbens.

2) Inoltre, il diverso patrimonio genetico spiega perché le persone rispondono diversamente ad uno stesso ambiente. Ovvero, l’interazione geni e ambiente può creare sinergia o contrasti tra questi due fattori, di modo che gli effetti biologici dei geni e dell’ambiente dipendono l’uno dall’altro.

3) Altre ricerche hanno suggerito che la resilienza sia influenzata dal rapporto tra meccanismi biologici ed esperienze, soprattutto nelle prime fasi di sviluppo.

Questi meccanismi che dipendono dall’esperienza regolano la sensibilità e la plasticità del sistema nervoso centrale a più livelli biologici: cambiamenti cellulari come la neurogenesi, rallentamento o incremento della formazioni delle sinapsi, mielinizzazione di assoni e alterazioni del numero di spine dendritiche, alterazioni subcellulari, cambiamenti genetici molecolari.

Gli studi sull’uomo hanno dimostrato chiaramente che avere un attaccamento sicuro con le figure educative di riferimento, la presenza di una buona rete sociale ed esperienze positive sono fattori importanti che promuovono resilienza, prevenendo la comparsa di disturbi psicologici dopo l’esposizione ad eventi avversi.  

Eventi ed esperienze negative, tra i quali stress, scarsa o assente cura materna e traumi infantili, possono sensibilizzare il sistema nervoso centrale di un individuo, dando così origine al rischio di sviluppo di disturbi psichiatrici.

Ricerche e studi sulla resilienza

Ricerche scientifiche sulla resilienza

Prima ondata: “cosa” caratterizza la resilienza

La ricerca iniziali sulla resilienza, condotte intorno agli anni ’70, hanno studiato il concetto di resilienza nei bambini poveri e trascurati, notando che non tutti i bambini esposti all’abbandono ed alla povertà avevano le stesse conseguenze: alcuni bambini sono cresciuti e hanno prosperato nonostante le avversità, mentre altri hanno subito rallentamenti e pesanti interferenze.
In questa fase storica, la resilienza era considerata come un fattore statico, ovvero come un qualcosa che era o presente o assente, indipendentemente dal contesto e dalle sue caratteristiche.  In seguito i ricercatori hanno preso in considerazione anche il ruolo delle variabili ambientali oltre a quelle individuali.
Da questi studi è emerso che certe caratteristiche e tratti di personalità, così come alcuni fattori socio-culturali e forme di supporto ambientale erano elementi protettivi, capaci di favorire la resilienza.

Seconda ondata: “come si sviluppa” la resilienza

Se la prima ondata di ricerche si soffermò sul “cosa” identificasse la resilienza, la seconda ondata di studi si concentrò sul “come” acquisire quei fattori protettivi che favoriscono la resilienza stessa.
Pertanto, l’attenzione si è spostata sui processi coinvolti nello sviluppo di fattori che promuovono resilienza e protezione contro i rischi o le avversità.
Gli studi rilevarono che i fattori capaci di promuovere resilienza sono in grado di operare sia in ambienti a basso rischio che in ambienti ad alto rischio. Ciò ha suggerito l’importanza di un sistema innato che ne facilita lo sviluppo ed opera per mantenere uniforme questo  sviluppo di fronte al rischio e alle avversità.
Durante questa ondata di ricerche sono stati elaborati vari modelli di funzionamento della resilienza.
In generale l’elemento in comune tra di essi è la linearità  che prevede la presenza di un livello di omestoasi, l’interruzione della stessa e il recupero dell’equilibrio precedentemente perso a causa dell’avversità.

Terza ondata: “quando e come” intervenire per ristabilire l’equilibrio

La terza ondata di ricerca sulla resilienza ha iniziato ad esplorare come potrebbe essere favorita la resilienza quando non vi erano le naturali condizioni affinché si sviluppasse.
Così i ricercatori hanno iniziato ad esplorare quegli interventi capaci di favorire un adattamento positivo tra coloro che erano stati identificati come ad alto rischio di conseguenze negative.
In altre parole, in questa fase della ricerca l’attenzione si è rivolta su quali interventi bisognava attuare, in che modo e in quali tempi metterli in pratica, per garantire un adattamento ed un recupero soddisfacente dell’equilibrio psico-sociale dell’individuo.
Il focus di interesse sono stati, dunque, le strategie di trattamento e di prevenzione del disadattamento conseguente ad una avversità.

Fattori protettivi e di rischio

Fattori di rischio e protettivi della resilienza

Le ricerche sino ad oggi condotte hanno identificato una serie di fattori protettivi e di rischio in grado di influenzare positivamente o negativamente la risposta dell’individuo ad un evento stressante o traumatico.

Tra i fattori protettivi si riconoscono quelli individuali, sociali e relazionali.

  • Fattori individuali:
  1. Essere empatici, cooperativi e propensi all’altruismo
  2. Avere una buona capacità di comunicazione e flessibilità mentale
  3. Essere competenti e capaci di risolvere i problemi
  4. Avere autostima e senso di efficacia personale
  5. Essere capaci di posporre le gratificazioni
  6. Avere la capacità di controllare, regolare ed esprimere i propri vissuti emotivi
  7. Possedere e saper metter in pratica le strategie di coping (strategie mentali e comportamentali adattive per far fronte alle situazioni)
  8. Essere ottimisti: non va inteso con un atteggiamento volto a sminuire i problemi, ma con uno stile di attribuzione che porta ad interpretare le situazioni o gli esiti negativi come transitori, non generali e non assoluti, non personalizzati (ovvero non attribuiti esclusivamente a se stessi)
  9. Avere senso dell’umorismo: capacità di saper prendere le distanze da un evento drammatico o negativo, conservando la razionalità per risolvere efficacemente i problemi che ne sono conseguiti;
  • Fattori sociali: far parte di un tessuto sociale ben funzionante in termini di connessioni, supporto e stimoli socio-culturali aumenta le probabilità di superare con successo un evento drammatico o una situazione stressante;
  • Fattori relazionali: più facile poter sviluppare resilienza se si possiede una sufficiente quantità di relazioni e soprattutto una buona qualità delle stesse che consentono di poter contare sull’aiuto sia pratico che emotivo nei momenti di difficoltà. Un ruolo centrale è dato in particolare dall’aver sviluppato un buon legame di attaccamento con i genitori durante le prime fasi della vita.

Tra i fattori di rischio che incrementano la vulnerabilità agli eventi stressanti e ostacolano lo sviluppo della resilienza sono stati identificati i seguenti:

  • Fattori familiari quali bassa classe sociale, clima conflittuale e di deprivazione emotiva, comunicazione carente o assente;
  • Fattori emozionali come essere vittime di abuso e violenza, bassa autostima, deficit di controllo e regolazione delle emozioni, isolamento sociale e chiusura;
  • Fattori legati allo sviluppo quali ritardo mentale, disturbi dell’apprendimento, deficit dell’attenzione, scarso sviluppo delle capacità sociali.

Come costruire la resilienza

Costruire e sviluppare la resilienza

E’ appurato ormai che la resilienza non è una caratteristica innata o un tratto di personalità che hanno solo alcune persone, bensì implica comportamenti, pensieri e azioni che chiunque può imparare e sviluppare.

Ci sono, infatti, alcune strategie che consentono di imparare a sviluppare uno stile cognitivo e comportamentale resilienti.

  • Dormire a sufficienza e svolgere un regolare esercizio fisico hanno un impatto positivo sulle capacità di affrontare efficacemente le sfide della vita;
  • Praticare la consapevolezza del pensiero, mediante la registrazione dei propri contenuti mentali, la meditazione o altre pratiche spirituali, aiuta a riconoscere il rimuginio ansioso ed i pensieri pessimistici che ostacolano il superamento di una difficoltà.
    Attraverso la consapevolezza non giudicante dei propri vissuti interni (pensieri ed emozioni) si impara a far scorrere i contenuti problematici, favorire la loro accettazione come elementi naturali del flusso di coscienza, ampliare l’attenzione sugli aspetti positivi della vita e su ciò per cui si può essere grati, anche durante delle sfide importanti;
  • Esercitarsi nella ristrutturazione cognitiva per cambiare il modo in cui si pensa alle situazioni, riconoscendo e modificando tutte quelle distorsioni del pensiero che accentuano il carattere negativo di un evento problematico;
  • Analizzare le sfide passate, con i loro fallimenti ed i loro successi, consente di scartare le strategie rivelatesi inutili ed attuare o scoprire le modalità più efficaci ed adatte a rispondere ai nuovi eventi;
  • Mantenere una buona prospettiva di fronte alle sfide ed agli eventi problematici è di grande aiuto nel comprendere che le difficoltà possono essere travolgenti nel presente, ma non necessariamente perdurare nella vita futura. Questo aiuta a identificare le catastrofizzazioni, ridimensionarle ed avviare la ricerca di soluzioni per riorganizzare la propria esistenza;
  • E’ molto importante imparare a suddividere i problemi in parti più piccole per poter gestirli con maggiore efficacia. In tal modo si evita di percepire l’ostacolo come insormontabile, si riduce la sua complessità, si esce dal senso di impotenza e si è maggiormente motivati ad agire nell’affrontare adeguatamente uno step alla volta;
  • Costruire e consolidare le relazioni con familiari, amici e colleghi di lavoro rappresenta un altro tassello fondamentale nella costruzione della resilienza. La rete di contatti aiuta a non farsi sentire da solo nelle difficoltà, a farsi sentire compreso, a confrontarsi sulle strategie da adottare.
    Così come far parte di associazioni o organizzazioni consente di contare su importanti fonti di supporto sociale, di accrescere energie da investire su progetti per la collettività creando un circolo virtuoso di sostegno reciproco.

Dott. Spinelli

Riferimenti:

– Ayed N., Toner S., Priebe S. (2019). Conceptualizing resilience in adult mental health literature: A systematic review and narrative synthesis. Psychol Psychother, 92:299‑341.

– Ruhrmann S. et al. (2019). Resilience as a multimodal dynamic process. Early Interv Psychiatry, 13:725‑32.

– Bryan C., O’Shea D., MacIntyre TE (2018). The what, how, where and when of resilience as a dynamic, episodic, selfregulating system: A response to Hill. Sport Exerc Perform Psychol, 7:355‑62.